Il racconto di Alessandro Fantechi su Mercuzio non vuole morire. La vera tragedia in Romeo e Giulietta

foto Stefano Vaja

Prova 22 luglio

Piccola cronaca dell’ invisibile (e affanculo il vento).

Questa volta è il pubblico che frastornato (anche dal vento fastidioso ) segue lo spettacolo e si fa scena.

Spett-attore, scenografia mobile e immobile. Il tempo è sospeso e scorre lento, come il tempo dell’ attesa, della partenza, della prigione, della morte.

Siamo dentro una prova, un set, una foto, un ciak cinematografico e il teatro avanza a brandelli, smontato dei suoi meccanismi, ma rimontato qua e là in una sorta di dripping pollokiano. Il manuale dichiara: o si dirige o si recita, o si performa. Punzo appare il più spettatore di tutti, quasi preoccupato, ma scientificamente al microscopio per vedere se il meccanismo funziona. Il problema del flusso tra spettacolo (parti e monologhi, quel che resta di g . E r. Ricordi di personaggi alla Blade Runner – di cui si avverte una citazione musicale) happening e teatro, cinema e fotografia, e le scene di massa sembra essere il problema del ” lavoro”.

In realtà siamo dentro al carcere, museo, magazzino, laboratorio di teatro dove si condivide la sconfitta per una improvvisazione maldestra e si gioisce della forma quando essa appare. L’arrivo della Citta’ di carta e la splendida voce di Rippa aprono la strada alla visione, che si consolida con l’ arrivo dell angelo dove Punzo esce dalle corde e sembra abbandonare il ruolo del Director Cut con tanto di assistenti che si muovono, propongono, aiutano. Punzo accenna solo a quello che farà. La scena è altrove. Qui siamo dentro lo studio dell’artista e c’è disordine. Sagome, pesci, carta e cartoni, animali fantascentifici e costumi straordinari, marionette, clown del circo Togni in esilio da Oz, personaggi in embrione e un Nosferatu/Riccardo Terzo da brivido.

Aspettiamo le proposte dell’artista-creatore che non vengono. Un sacrificio che ci riporta alla natura del teatro, fragile, umano, difficile. Anche questa omissione è prevista.

Il ritmo è ancora lento da studio, si potrebbe dire.

Ma il ritmo non è un problema e nemmeno la drammaturgia lo è perché qui si vuole rinnovare il teatro, annullare tutto e ricominciare da capo, riscrivere Giulietta e Romeo insieme agli spettatori, come se fosse un teatro comunitario e collettivo, come se fosse la Vita: il teatro di massa che vedremo il 28 ha qui la sua concezione.

E ancora il vento impedisce di usare le voci, con o senza microfoni. Forse ci sarebbe bisogno di Teatro e di festeggiare la morte dello spettatore che guarda e basta, ma con un monologo finale “vecchio stile” ci fermiamo perché più oltre non si può andare.

Ma poi si ricomincia (giustamente) perché si deve vedere se il libro funziona e nei cortili piccoli del carcere ripartono i monologhi (di rara bellezza) degli attori detenuti: chi sogna di più tu o io? Solo la follia è grande e solo la follia è felice, ci suggerisce Pessoa. Ma anche questo non importa. Tra sacrifici di scene e di monologhi, immolazioni di personaggi, tagli di musiche, testi, il progetto di Punzo è ancora una volta e ancora di più rifondazione del Teatro. Un punto di partenza e non di arrivo. Con i detenuti- attori forse più  a loro agio nei testi, la performance o il teatro di massa o le prove per un film, o la cerimonia di un funerale agitata random, la morte della cultura,gli assassini con le mani si sangue,le Giuliette,le Balie sono le scene che ” deve” fare il pubblico non piu’ pubblico. E mentre sembra che non ci sia più nulla da vedere Punzo ti trafigge al cuore. Le composizioni nel cortile del carcere sono di rara bellezza e così lo smarrimento dei convenuti, nei meandri di una forma che non vuole essere forma, ma esperienza vissuta, vita, memoria, azione, ricordo. Cage che apre e chiude il pianoforte. Cattelan che non espone niente. Thierry Salmon e il ricordo di Fastes Foules. Ma alla fine Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza a marcare in modo indelebile il futuro del Teatro.

La sensazione per un non più spettatore ma essere umano di essere dentro all’ opera. Di essere l’opera.

Solo così si può condividere un sogno: se Mercuzio non muore, si può cambiare la nostra storia. E si può fare con il Teatro. Ma non ci sono sogni senza lotta. Nella Fortezza di Volterra il generale Punzo e i suoi soldati di kantoriana memoria (come recita Aniello Arena in Hamlice) sono pronti.

E questa volta non vogliono essere soli.

con infinito affetto

Alessandro

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