La parola innamorata. Sguardi e voci per Mercuzio

il passo danzante di Mercuzio vorremmo che ci accompagnasse fin oltre la soglia del nuovo millennio

Italo Calvino, Lezioni americane

Ridare corpo, leggerezza, forza e utopia alla parola “critica”.

Esercitarla, come sguardo, come voglia di capire, come dialogo, come rievocazione capace di aprire nuovi mondi. Come racconto. Come possibilità.

Una settimana immersi in Mercuzio non vuole morire: guardando, ascoltando, interrogando le prove, le performance, gli spettacoli. Il costruirsi di un grande corpo artistico e umano, che interroga, sfida i nostri giorni.

Intervistare, analizzare, descrivere, immaginare, scrivere.

Trovare altri modi di pubblicare, di raccontare.

Volantini, foglietti sugli alberi nei negozi nei bar, tracce per strada, cartelli murali, “filò” serali, domande all’alba, racconti su cassette di frutta come in un poet’s corner.

Provare a fare a meno di internet, a favore del gesto, del sussurro, del dialogo, dell’incantamento. Per “restituire” la ricchezza del teatro. Per provocarla.

Mura

Mura che si ergono: per difendere, per nascondere. Ma anche per mostrare, dipende dallo sguardo, dipende se si è dentro oppure fuori. Mura di pietra, o mura di parole, destinate a rimanere nei secoli e a lasciare la loro impronta. Tra le civiltà che nel corso dei secoli hanno regalato identità alla città di Volterra, quella etrusca è sicuramente la più importante, con le sue necropoli, i suoi sepolcreti e i riti misteriosi. Viene da chiedersi, allora, se “dentro l’urne confortate dal pianto è forse il sonno della morte men duro”?

Quello etrusco, però, non è l’unico popolo che ha abitato questa terra toscana e dunque mi domando: tra gli uomini le razze hanno importanza? Sì, certo. Ma non per giudicarli bensì per capirli. Distinguere è già rispettare. Una civiltà muore se non sa più distinguere. E così le pietre poste una sull’altra rimangono nel tempo per conservare un traccia. Anche l’uomo, in fondo, vive cercando ossessivamente di lasciare un segno imperituro, di trovare l’eternità.

E mentre la Fortezza mi guarda con la sua imponenza mi chiedo se noi, che siamo fuori, siamo veramente liberi o viviamo in una prigione di ricordi, nostalgia, rancori, insicurezze, paure.

Liberi sì, di passare da una gabbia all’altra. Una descrizione di Volterra quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato. Ma una città non dice il suo passato, lo contiene, come le linee di una mano, scritto nei resti millenari che si possono rintracciare percorrendola.

Amelia Di Pietro

Lazzaro

Lurido, coperto di piaghe e vestito di cenci, Lazzaro è il lebbroso più celebre mai esistito, perfetto rappresentante di quegli esseri maledetti da Dio e allontanati con disgusto dagli uomini. Porta il suo nome il borgo, dove dorme la struttura dismessa, ospizio e carcere di anime perdute, abbandonate, diverse, l’ex manicomio. Fuori dalle mura, lontano dalla città, si seguono altre regole, si vive in cattività. Vetri rotti, scritte, disegni, calcinacci, frammenti, tracce e memorie di esistenze spezzate. Miseria e umanità lacerano il paese del vento e della Fortezza. Qui sta l’uomo, individuo imperfetto, che fallisce e che soffre, con forme sbagliate e sogni inconfessabili.

Rossella Porcheddu

 

A caccia d’alabastri

È dai tempi degli etruschi che a Volterra d’alabastro se ne vende parecchio. Gli artigiani ne modellano di ogni forma e fattezza, ma il più venduto e piaciuto è sicuramente l’ovetto. Dai 3 ai 7 euro, bianchi, colorati, gli ovetti sono tutti lisci, belli, smussati e senza imperfezione alcuna. Se uno sia poi curioso di assisterne la lavorazione, in via del Mandorlo ne daranno una piccola dimostrazione. Da fuori l’insegna recita insistente: “Rossi Rossi Rossi”, ma poi dentro è tutto bianco. Uno strato di polvere nevosa d’alabastro ricopre tutto: i macchinari in disuso, le vecchie sculture malandate, i tubi d’areazione intasati, persino l’apprendista che ci lavora dentro. E se gli si chiede se di polvere ne respiri molta, vi risponderà: “Abbastanza…”.

Quella farina storica si sedimenta e a pochi veramente interessa, l’importante è che l’ovetto sia liscio e levigato. Ma c’è una “categoria” di volterrani che quello scarto lo ha preso sul serio, ne ha fatto tesoro e ci si è insozzata la faccia. Sono i detenuti del carcere della Fortezza che sotto l’ala guida di Armando Punzo ci invitano nel loro mondo e ci fanno da specchio. Con la faccia dipinta di bianco sono come clown che ripetono la loro entrata e rifiutano l’uscita. Quella farina d’alabastro loro la rimpastano col sudore e ci fanno ovetti nuovi, molli, appiccicosi. “Ovetti della Rivoluzione” potrebbe urlare Majakovskij e intanto le sue parole riecheggiano nella Fortezza, ricordandoci che tutti dobbiamo essere “ultimi poeti”.

Paolo Zuccotti

 

Un papavero dagli occhi nocciola

Spazi angusti, fil di ferro, secondini… è questo il carcere. O forse no. A Volterra un papavero dagli occhi nocciola porta il fuori dentro e il dentro fuori. A questo aggiungi delle sbarre verdi e forse Mercuzio davvero non vuole morire. E tu lo segui quel papavero e non trovi ancore su bicipiti sviluppati ma “Giuliette e Romeo” in una città espressionista. Forse neanche un sognatore avrebbe osato tanto. Una donna diventa balcone, una vela si spiega al suono delle parole. Il carcere è uno stato mentale. Può essere un posto di lavoro fisso, un matrimonio non voluto, una società che non ti rispecchia. Se Mercuzio non muore, tu puoi uscirne… fosse solo con al fantasia.

Sara Patriarchi

Letti

Cosa significano i letti?

In piazza San Giovanni c’è una gran distesa di posti-letto senza materasso; i posti-letto sono per gli artisti di Volterra ma non gli appartengono. E non servono nemmeno per parlare della loro arte, o almeno non direttamente, ma piuttosto dei loro sogni. O dei nostri? Anche quando sognano, dunque, gli artisti informano e conformano figure che ci parlano. E noi, che artisti non siamo, con chi parliamo quando sogniamo? Forse, chiamiamo gli artisti e l’arte ma col nome sbagliato. Forse, quel nome non l’abbiamo mai saputo; per questo aspettiamo di scoprirne l’esatta pronuncia. E quanto somigli al suono e al tracciato dei nostri lineamenti.

Ines Baraldi

 

Sonno o son sogno?

Annega Ofelia nel letto di ruggine e acqua stagnante.

Soffoca Desdemona mentre Iago insinua il sospetto

il sospetto sotto il filo spinato.

Si stende Amleto sulla gabbia di ferro

mentre Claudio snocciola il rame della ricchezza.

Danza Titania tra le bolle di sapone

mentre Oberon osserva il bosco autunnale.

Strisciano in piazza san Giovanni i personaggi shakespeariani,

invidiosi, suicidi, vittime, carnefici, folletti, fate, folli.

Sulle opere di Generazione in Arte,

ispirate, inventate costruite sui letti dei matti.

Luoghi di costrizione e libertà, sonno e sogno.

“I sogni sono figli di una mente oziosa”

diceva Mercuzio.

Rossella Porcheddu

 

Er matto

C’è un letto in piazza a Volterra.

M’han detto ch’era di un matto.

C’ha der fero, ‘na spalliera e ‘na rete. È uguale ar mio.

Ma dicono ch’è diverso perché era di un pazzo e io per il momento taccio.

Poi però penso che er matto di notte nel letto sognava come me di esse un drago, un mago o un re.

O forse se coricava aspettando d’esse considerato normale…

Che poi che vorrà di’ ‘sta parola…?

Questo er matto di sicuro se lo sarà domandato, con i polsi legati e il prozac ner bicchiere, ma poi se sarà voltato e avrà pensato…

“sempre mejo pazzo che banchiere”.

Sara Patriarchi

Abbozzi

Abbiamo assistito e partecipato alla prova generale del 23 luglio. La prima domanda che viene da porsi è come (e se) possa essere letta in quanto “spettacolo”, separata dal resto del progetto.

O se piuttosto si debba analizzare in quanto “prova” – quindi imperfetta per definizione – parte di un lungo processo, anch’esso in prova. È “l’abbozzo di un abbozzo” e deve essere imperfetto.

Scelta estetica o mera giustificazione?

Punzo è regista e guida, mattatore al centro anche durante la prova\spettacolo. Lui sostiene di non essere interessato al carcere in sé o alle vite dei detenuti, ma piuttosto a quello che significano e possono significare in un progetto artistico. Un progetto, un’idea, che Punzo non vuole solo per sé ma si sforza di condividere con i suoi collaboratori, attori e spettattori. Quasi un marionettista che vorrebbe i suoi pupazzi liberi e vivi, ma tra le difficoltà di gestione – soprattutto di questa prima prova – ci si chiede se ancora ci riesca.

Rimaniamo in attesa di rivedere, ri-fare esperienza dello spettacolo domani (26 luglio) e capire quanto questo “work in progress” si sia trasformato e divenuto “abbozzo” definitivo.

Paolo Zuccotti

Alfabeto punziano

Protetti dal vento, sotto i portici di Piazza San Giovanni, di fronte ai letti del manicomio di Volterra, oggetto dell’installazione “Sogno”, Armando Punzo, anima di “Mercuzio non vuole morire”, racconta il suo Teatro.

Compagnia della Fortezza

“Nell’ultimo anno la compagnia, composta da oltre quaranta attori, ha lavorato tutti i giorni nel teatrino della Fortezza. Sono quasi venticinque anni di attività e fin dall’inizio il numero degli attori è stato così alto. Mi interessa fare un cammino insieme, non m’interessa la loro vita. Non voglio sapere cosa hanno fatto e nemmeno mettere in mostra le loro storie”.

Dentro/fuori

“L’idea del duello è nata lo scorso anno insieme all’idea di portare lo spettacolo fuori dalle mura del carcere per coinvolgere la cittadinanza”.

La città reclusa

“Fare spettacoli in carcere ha un significato, drammaturgico non sociale. Per me il lavoro dentro la Fortezza è necessario. Il Maschio è una città reclusa, una metafora della vita. In fondo siamo tutti prigionieri, ma dentro le mura c’è una maggiore consapevolezza”.

Letti

“Portare “Mercuzio non vuole morire” fuori significa coinvolgere altri artisti nel progetto, come succede con l’installazione in piazza San Giovanni. I creativi di GenerazioneInArte, tra cui Mario Staccioli, ottantenne straordinario, hanno scelto i letti del manicomio locale, confrontandosi con la storia della città. Si dice che l’artista quando sogna cambia il mondo, e noi abbiamo dato loro uno spazio per esprimere i sogni”.

Spettacolo di massa

“Ogni scena realizzata in carcere riverbera fuori. L’azione non finisce dentro le mura, vogliamo vedere cosa succede alle persone in piazza, come reagiscono all’idea di essere parte attiva dello spettacolo”.

Teatro sociale?

“Anche se tutti definiscono il mio lavoro in questo modo, io non sono d’accordo: è veramente necessario usare etichette? Io non penso che ci sia, come molti vogliono far credere, il “Teatro” e le sottocategorie. Quello che faccio è Teatro.

Il coro e la misura

Libri come scudi, libri per amare, libri per gioie, ma anche per soffrire, libri per difendersi dalle offese della vita.

Libri in aria per raccontare chi siamo tra le righe di una citazione.

Libri che si aprono nel petto e scoprono le viscere mostrando i nostri segreti, le intime passioni: una frase ti raggiunge e penetra l’anima.

E così il libro a Volterra diventa un corpo in cui Marco Pasquinucci e Paola Consani cercano il coro per esprimere uno sguardo civile, un modo di pensare, la voglia di (r)esistere.

Amelia Di Pietro

Sguardo su “Il coro e la misura”, laboratorio di Officine Papage – studio per la scena “Tutti con un libro”.

L’orecchio di Mercuzio

Mercuzio sente. Mercuzio non scaccia i piccioni ma li ascolta tubare al di sopra delle reti protettive. Mercuzio distingue tra lo scalpiccio di una città pedonale il rumore delle automobili al suo pendio. Mercuzio sa quando le campane suonano a morto ma preferisce sentire lo schiudersi di un fiore di carta dentro il teatro. Mercuzio non è un suonatore eppure sa riconoscere le proprie stonature e conserva il contrasto che si crea tra un’aria e una base rock. Mercuzio non è stato ferito da un canto d’amore eppure combatte per esso. Mercuzio non possiede un orecchio assoluto ma ama la musica e la chiama. Ché nemmeno il silenzio può essere assoluto, e Mercuzio lo sente e te lo sta sussurrando:

Sarebbe splendido/ amare veramente/ riuscire a farcela/ e non pentirsi mai. Non è impossibile pensare un altro mondo/ durante notti di paura e di dolore/ assomigliare a lucertole nel sole/ amare come Dio/ usarne le parole/ sarebbe comodo/ andarsene per sempre/ andarsene da qui/ andarsene così.

Ines Baraldi

Ombra della sera

È esile l’ombra dell’uomo e, quando si avvicina la sera, ancor più snella diventa fino a confondersi con la notte. Ombra, nostro fondo nascosto, nostro segugio silenzioso, che la notte vuole cancellare. Ombra, che per sopravvivere solo l’eterno meriggio deve auspicare perché luce e ombra non possono fare a meno l’una dell’altra, sono indissolubili.

Ma gli antichi Etruschi sono riusciti a catturare l’ “ombra della serra” e ne hanno fatto culto, divinità che ha solcato le notti dei secoli per arrivare fino a noi.

Amelia Di Pietro

La piazza

È vuota la piazza

la voglio riempire

Non amo il silenzio

lo voglio abolire

È grande la piazza

la posso ascoltare

Di urla e proteste

la sento pulsare

È piena la piazza

di facce pulite

Dei nostri figli

difendiamo le vite

Rossella Porcheddu

 Sguardo su “Fermo immagine”, laboratorio del Teatrino Giullare – studi per la scena “Fumetti e didascalie”.

“Mentre loro si disputano i nostri migliori figli muoiono”

Quand on n’a que l’amour

Quand on n’a que l’amour. Per guardare le mani insanguinate. Quando si ha solamente l’amore per far parlare dieci corpi poetici, si può costruire una coreografia sulle simmetrie. Accarezza il viso e poi la tua gemella, o mano. Voi, mani, battetevi alle estremità di un corpo, stringetelo in un ritmo serrato e ripetitivo e poi scioglietevi seguendo la scia di un sorriso. Quando l’amore è l’unica canzone, per inseguire l’amore in un labirinto di coppie.

Ines Baraldi

Sguardo su “Il corpo poetico”, laboratorio di Teatro La Ribalta – studio per la scena “Le mani insanguinate”.

Scarpe per fuggire

Zeppe sandali all star

di cuoio di tela di pelle

coi lacci coi tacchi coi fiori

lucide nere colorate

avvolgono proteggono

salgono scendono

saltano corrono

camminano percorrono

esplorano aggirano

Scarpe per restare

per delimitare

Scarpe per partire

Scarpe per fuggire

Rossella Porcheddu

Sguardo su “MatriMoro”, laboratorio di Manovalanza Teatro – studio per la scena “La giornata della partenza”.

Il corpo di Giulietta

Inizia con una nenia, un canto condiviso lo spettacolo di massa.

Si muovono in gruppo gli attori del balletto civile, seguendo lo stesso ritmo, la stessa intonazione.

In una piccola piazza, raccolta cripta nel cuore di Montecatini V.C., il corpo di Giulietta si fa peso e sostegno. Si abbandona fantoccio tra le braccia di Romeo, cade morente sulle ginocchia della madre, cinge l’amante, lo possiede.

La bocca declama stupide, ridicole parole d’amore, versi rubati, strappati a vecchie canzoni.

Dalla cripta Giulietta urla tutta la sua disperazione.

Rossella Porcheddu

Sguardo su “Il Corpo di Giulietta”, laboratorio del Balletto Civile – in scena a Montecatini V.C.

I Colori di “Mercuzio non vuole morire”

Rosso come il sangue delle mani alzate in segno di morte, in segno di dolore; ma quelle stesse mani di scarlatto tinte sono le nostre, elevate in aria per invocare pietà, per chiedere conforto, non per rassegnarsi, ma per camminare uniti.

Bianco e Nero come l’enigma che ci guarda ignaro delle nostre azioni, incapace di comprendere anche se proteso all’ascolto. Bianco e Nero come il contrasto, l’opposizione, come il bivio, la scelta. Bianco e Nero come lo yin e lo yang, come la compenetrazione, la fusione, la pervasione.

Ruggine come i letti del manicomio corrosi dal tempo e dagli spasmi, trasformati da incubo in sogno. Ora la follia non è più una gabbia, ma la possibilità di vedere il mondo con altri occhi, da altre angolazioni.

Verde come le sbarre di quelle celle in cui i sogni non riescono ancora a essere imprigionati. Fuggono le menti negli interstizi delle barriere di ferro e trovano dei mondi nuovi dove esprimersi per avere una seconda possibilità.

Arcobaleno come i palloncini lanciati dai bambini che volano nel cielo per liberarci da ogni prigionia, quelle concrete e quelle immaginaria. Arcobaleno come le copertine di migliaia di libri rivolti in aria, che coloravano il cielo con un pizzico di fantasticheria.

Amelia Di Pietro

Mercuzio siamo noi. La parola a Giancarlo Baronti

“Io, abitante di Volterra, al carcere non c’ero mai stato. Avendo vissuto la guerra e il fascismo guardavo con terrore la Fortezza, per me era soltanto un luogo di tortura. La prima volta ci sono entrato per curiosità e ne sono rimasto affascinato”.

Così Giancarlo Baronti, ottantenne dalla straordinaria apertura mentale e sensibilità, amico della Compagnia della Fortezza, racconta la sua esperienza da spettatore e ormai profondo conoscitore del lavoro di Armando Punzo.

Il 26 luglio nel centro di Volterra, in una piazza dei Priori affollata di turisti e preparativi per lo spettacolo di massa, ci ha svelato il suo Mercuzio.

“Ho iniziato a seguire gli spettacoli della Compagnia della Fortezza ventitré anni fa e mi sono subito innamorato di quel ragazzo che ancora oggi mi strabilia, Armando Punzo. E il fascino aumenta di anno in anno”.

C’è uno spettacolo che preferisce?

“Ci sono uno o due lavori insuperabili: il “Marat Sade”, indimenticabile, è lo spettacolo che ha portato più fama alla Compagnia. E “I pescecani, ovvero cosa resta di Bertolt Brecht”, un lavoro stupendo, dove c’era Nicola Camarda, attore scomparso qualche giorno fa, che sulla scena era sbalorditivo. Poi “La prigione”, al quale partecipò anche Judith Malina come spettatrice d’eccezione. È stato fatto fuori e dentro la Fortezza, ma in carcere ha sempre un sapore diverso”.

È un teatro che funziona solo in carcere? Se lo spettacolo non fosse ideato, realizzato e recitato nel Maschio, avrebbe lo stesso significato e lo stesso fascino?

“È chiaro che la curiosità di vedere il carcere e i detenuti è forte. Anche io ho cominciato così e adesso, da metà luglio in poi, vivo solo per queste giornate di festival, mi danno una grande carica”.

Alcuni volterrani ci hanno detto di non essere mai entrati in carcere in questi anni, e di non voler partecipare alle scene collettive. Ma non hanno specificato i motivi.

“I miei concittadini sono chiusi, non comprendono la bellezza del progetto, l’arricchimento che può portare alla città. Sono una persona modesta, con la Compagnia della Fortezza sono cresciuto.

Ho fatto il sarto, ho avuto un negozio che mi ha reso celebre a Volterra, e sono sempre stato innamorato del teatro. Andavo a Milano per vedere gli spettacoli di Strehler, e quando restavo in regione, a Firenze o a Prato, cercavo di coinvolgere altre persone”.

Cosa ci dice dello spettacolo in carcere?

“Alla prima mi è sembrato un po’ lungo, ma so che è stato ridotto. E credo che Armando debba lasciare più spazio agli altri attori, negli spettacoli precedenti non era così presente.

Quest’anno è molto accentuato l’uso dei quadri, dei frammenti, e quindi è più difficile seguire lo sviluppo. Trovo straordinarie le scene, la città deforme, il viso dell’angelo, che ho scoperto essere un monumento dello Staglieno di Genova, e i costumi diventano sempre più belli”.

Com’è cambiato in questi anni il suo rapporto con il Maschio?

“Il mio rapporto con il carcere è cambiato grazie al teatro e agli attori della compagnia. L’esperienza con Armando Punzo li ha fatti rinascere. Aniello Arena era la tipica figura del bimbo napoletano, nato in strada da famiglia poverissima, preda della camorra. Grazie a questa esperienza ha scoperto un mondo diverso da quello che ha conosciuto”.

Una seconda possibilità?

“Sì, nella vita tutti possono sbagliare. Aniello è l’esempio di ciò che significa nascere per strada in una città come Napoli, o Palermo, in mano alla camorra, iniziare a spacciare da ragazzini. Si conosce solo quel mondo e quella vita. Credo che viva il ‘successo’ in una maniera intelligente, ha voglia di crescere, di imparare. Io lo chiamo scherzosamente ‘il divo’, ma lui ha un grande senso della realtà e una grande modestia. Recita da quindici anni, è una figura potente in scena, che può dare ancora tanto”.

Ciò che manca alla Compagnia della Fortezza e a Volterra, perciò, è solo un Teatro Stabile.

“È ciò che vorremmo tutti, ma in Italia in questo momento è difficile. Non è solo una questione economica, è anche una questione politica. È comunque importante che il progetto vada avanti, è stato un’attrattiva per i giovani nel corso degli anni, e oggi la partecipazione c’è, la piazza esplode”.

Un ultima domanda, la più importante: chi è per lei Mercuzio?

“Mercuzio è il sogno. Mercuzio siamo noi che tiriamo la carretta tutti i giorni, noi che cerchiamo la partecipazione, noi che abbiamo bisogno di cultura, noi che rincorriamo la libertà”.

Sul set di Mercuzio

Fuori e dentro la fortezza, fuori e dentro la percezione di uno spettacolo; uno spettacolo fuori e dentro la realtà.

“Mercuzio non vuole morire”: un titolo, uno slogan che sembra volerci dire “Proviamo a riscrivere il finale del nostro romanticismo!”.

C’è Mercuzio, c’è la fortezza, c’è una piccola piazza al centro di un piccolo paese in Val di Cecina – sul set di prova per una partecipazione recitata. Le spie narrative si affastellano nella costruzione dello spettacolo di Punzo e come tante rose rosse vanno a comporre un bouquet per Giuliette improvvisate. Il punto è che queste spie narrative rivelano tracce di una realtà esterna al carcere e al contempo di un’altra più volatile e aleatoria. Due realtà s’incontrano metaforicamente all’interno di una drammaturgia che tenta di spingersi ogni giorno più in là: in direzione di chi è già arrivato, di chi ancora deve arrivare e di chi non verrà.

Ines Baraldi

Franco Felici: Mercuzio è un viaggio verso altri mondi

Perché Mercuzio non vuole morire? Più che un interrogativo, un mantra che ha rimbalzato in Val di Cecina per l’intera durata del festival, tra il pubblico, gli spettattori, i partecipanti ai laboratori e i detenuti del Maschio. Le parole di Franco Felici, raccolte a Pomarance durante lo spettacolo di massa del 27 luglio, rispondono, meglio di altre, a questa domanda. Da tre anni attore della Compagnia della Fortezza, Franco ha recitato in Hamlice e ha partecipato alla messa in scena di Mercuzio non vuole morire, fuori e dentro le mura del carcere.
In un momento di pausa, tra il monologo tratto da “La Tempesta” di Shakespeare e la scena della partenza, dove si è mischiato alla folla, ci ha raccontato il suo percorso, umano e artistico, la voglia di riscatto e la necessità di fare nuovi viaggi, reali o immaginari.

“Lavorare nella Compagnia della Fortezza, guidati da Armando Punzo, è un’esperienza bellissima. È mettersi in gioco senza timore, crescere. Si inizia per curiosità e ci si ritrova coinvolti senza neanche rendersene conto. È un’emozione continua, un viaggio verso altri mondi, come quello intrapreso da Mercuzio”.

Un percorso che non finisce con l’uscita dal carcere, con la riconquista della libertà.

“Infatti, molti attori della Compagnia che sono usciti mantengono vivo il rapporto, prendono parte agli spettacoli che si fanno in teatro e nelle piazze. Anch’io, una volta fuori, voglio continuare a collaborare”.

Solo alcuni di voi, oltre a recitare nello spettacolo in carcere, possono uscire dal Maschio per partecipare alle scene collettive. Qual è la differenza tra lo spettacolo dentro la Fortezza e lo spettacolo in piazza?

“Sono molto diversi. All’inizio esibirsi fuori dal carcere era imbarazzante. C’è la città che ti mangia, come nelle scenografie di Mercuzio. Ma entrambi gli spettacoli vanno nella stessa direzione, il coinvolgimento di Volterra. Credo che questo sia il momento giusto per partecipare”.

Chi è Mercuzio e perché non vuole morire?

“Mercuzio è portatore di poesia, di leggerezza. È un’ingiustizia far morire lui nella tragedia shakespeariana tanto quanto è un’ingiustizia far morire la Compagnia della Fortezza. Noi ci identifichiamo con Mercuzio. Mercuzio siamo noi”.

Rossella Porcheddu

Testa di pupazzo

Potrebbe chiamarsi Onaryc, il Cyrano invertito impersonificato da Armando Punzo. Invece di suggirire lui si fa suggerire dalla povera donna-buchetta, trascinatrice di didascalie; invece di nascondere la sua proboscide se ne fa vanto e anzi la raddoppia con l’ausilio di una piccola testa di pupazzo. Raddoppia pure noi: guardandoci attraverso uno specchietto da vanitosi, Cyrano sfila davanti agli spettatori suggerendo un’inversione da sogno. “Combatti!” ci grida stridulo. Si duella non per il successo ma invano, si combatte nel nulla, contro il nulla. Come Don Chisciotte e i suoi mulini, la guerra non si cerca di nasconderla, a si porta tra le nuvole con fioretti da teatro. Lentamente il nostro Onaryc perde sempre più quelle parole tanto care a Cyrano e continuando l’inversione si trasforma in clown: la parola lascia spazio all’immagine, al gioco. È un clown bianco il suo, una figura forse meno buffa, ma necessaria per dar stabilità ai colleghi augusti, per poter farli orbitare e poi brillare.

Paolo Zuccotti

La Fortezza alla rovescia

Ogni cosa ha sempre la possibilità di essere altro da sé. Può capitare, per esempio, di trovarsi, in un giorno di luglio, a fare la fila per entrare in una casa di reclusione per assistere a uno spettacolo teatrale.

Può capitare che all’ingresso si trovino delle guardie che, al completo servizio dei detenuti per l’occasione, come maschere in un teatro, si mettano a disposizione di oltre duecento persone per farle “accomodare”.

Può capitare di fare tutta la trafila necessaria per entrare in prigione – lasciare i documenti, consegnare le borse, passare il metal detector – perché si ha voglia di un po’ di “evasione”.

Può capitare di entrare nel cortile della prigione e vedere tante persone con un libro in mano.

Può capitare di vedere dei detenuti che, grazie all’abnegazione di Armando Punzo, si liberano dalla gabbia opprimente del passato e, da attori, agiscono per diventare qualcos’altro. E così la prigione diventa un castello onirico, un anfratto di mondo dove gridare: IO NON VOGLIO MORIRE.

Amelia Di Pietro

La partenza

In ogni valigia una lacrima, un pensiero, un rimpianto per un viaggio non fatto, per una persona incontrata e non vissuta. Erano tutti in piazza con una borsa o uno zaino ieri a Pomarance per la “scena della partenza” di MatriMoro. La valigia come proiezione di se stessi, da alzare al cielo, da stringere, da condividere o su cui sedersi. Inizialmente è tristezza. Ognuno pensa a cosa chiudere lì dentro, cosa accantonare o scordare. Poi arriva la partenza, il disagio si dissolve in partecipazione, in girotondi di massa: rimane solo la festa.

Sara Patriarchi

Uno sguardo su Mercuzio

C’è silenzio a Volterra il 23 luglio, una sensazione di sospensione, di attesa per il festival che sta per cominciare. Anche il 29 luglio la città della Fortezza è silenziosa, si vive la calma della domenica mattina, ma c’è anche l’emozione di aver partecipato, con pensieri, parole, azioni, letture, a un importante spettacolo di massa. A festival concluso sono tante le suggestioni raccolte, gli sguardi incrociati, le esperienze condivise. Difficile fare una cronaca precisa, più facile raccontare ciò che si è visto, e vissuto.

Prove generali

La musica di Andrea Salvadori incombe sugli spettatori che il 23 luglio attendono all’interno della Fortezza l’inizio della prova generale. Seguendo il suono metallico del duello il pubblico procede verso il cortile del Maschio. Non nemici, ma complici, Tebaldo (Aniello Arena) e Mercuzio (Armando Punzo) danno inizio all’azione. I fondali, tutti di carta, cadono per il forte vento, i personaggi shakespeariani inseguono i versi, rincorrono le scene, il regista si arma di un megafono per dirigere l’azione. È un work in progress, ma la presenza degli attori non viene meno né l’attenzione cala. La macchina teatrale è oliata, il pubblico conquistato, l’incanto impossibile da rompere.

Chi è Mercuzio e perché non vuole morire?

La domanda s’insinua tra i volterrani, viene rivolta ai turisti, ai partecipanti dei laboratori. Poche le risposte, tanti i dubbi e un’unica certezza: Mercuzio siamo noi. “Noi che tiriamo la carretta tutti i giorni” ci dice Giancarlo Baronti, che segue da oltre vent’anni gli spettacoli di Armando Punzo. “Siamo noi detenuti, noi attori della compagnia” ci dice fiero Franco Felici, che con il teatro è cresciuto, ha intrapreso un nuovo viaggio, ha sentito forte l’esigenza di riscatto. A urlare “non voglio morire” dalle celle, dal cortile del Maschio, dalla piazza, sono quelli che hanno sbagliato, quelli che vogliono una seconda occasione, quelli che reclamano la possibilità di sognare.

Visioni mercuziane

Racconti fotografici, installazioni pittoriche, libri-oggetto, piccoli teatrini, casette sospese. Riflessioni, reportage, visioni mercuziane hanno popolato la città toscana nei giorni del festival. A ricostruire la storia di Volterra – non solo quella teatrale – ci hanno pensato i creativi di GenerazioneInArte, che in Piazza San Giovanni hanno messo in scena il “Sogno”. Sui letti del manicomio locale, struttura dismessa oltre le mura della città, hanno immaginato, disegnato, interpretato la reclusione e la follia, le esistenze spezzate e quelle riconquistate. Con un labirinto di filo spinato e bolle di sapone, di ruggine e parole, hanno tracciato un cammino da seguire, una nuova strada da percorrere.

La festa del teatro

A ognuno una scena. Da pensare, costruire, danzare, recitare. Sono tanti gli artisti, italiani e stranieri, che hanno dato il loro contributo allo spettacolo di massa. Hanno provato al parco e in piazza, hanno disegnato nelle aule, danzato nei vicoli e alla fine hanno attirato, coinvolto, guidato il pubblico nelle giornate finali. Ha privato di serietà le parole d’amore il Balletto Civile di Michela Lucenti, con versi rubati, strappati a vecchie canzoni. Una performance da guardare senza partecipare. È viscerale l’esibizione del laboratorio guidato da Marco Pasquinucci e Paola Consani. Il libro, posato sul ventre, rivela, squarcia, pulsa. La piazza diviene un unico corpo e un unico grande respiro. Guidano la folla Enrico Deotti e Giulia dell’Ongaro del Teatrino Giullare, creatori di didascalie e fumetti per gli interpreti della tragedia. Messi in cornice, Giulietta e Romeo mostrano con orgoglio il loro amore, mentre piccoli palcoscenici e maschere di carta lacerano i volti, mostrano i sogni, nascondono le deformità. Uomini e donne, bambini e bambine, padri e madri, figli e figlie, poeti e artisti, invadono la piazza per protestare, per dimostrare, per conquistare. Regalano scarpe per nuovi viaggi gli artisti di MatriMoro, interpreti della scena della partenza, la più partecipata, la più commovente, la più liberatoria.

Verso la conclusione

Mentre Volterra si popola e le scene di massa iniziano a definirsi, lo spettacolo in carcere prende forma. Il 26 luglio i circa duecento spettatori che invadono la Fortezza assistono alla tragedia di Mercuzio, sacrificato da Shakespeare e salvato da Armando Punzo, che lo interpreta con ironia, follia, intensità. Non c’è una trama da seguire, o una storia da ricostruire. È uno spettacolo che vive di immagini, si nutre di versi, cresce con la musica. Sul letto di Van Gogh Mercuzio rivela le sue visioni, circondato da uomini-pietra, donne-balcone, alberi dalle fattezze umane, vele al vento e clown dal volto dipinto di bianco. A ognuno è affidato un verso, a ognuno un dipinto, a ognuno una canzone. Attori e pubblico urlano la battuta finale, quel “non voglio morire” ripetuto in Piazza dei Priori il 28 luglio, durante l’ultima, la più importante esibizione collettiva. Sono i cittadini della Bella Verona, semplici spettatori nella visione shakespeariana, a interpretare la vera tragedia. Diretti dall’instancabile regista, sfilano portando la colpa sul volto e il sangue sulle mani, duellano per le strade, amano tra la folla, dormono nella cripta. E corrono, con le borse a tracolla, gli zaini sulle spalle, le valigie fra le mani, carichi di lacrime da asciugare, ferite da sanare, strappi da ricucire, mondi da rovesciare.

“Ho bisogno di dar vita a un sogno” dice Mercuzio, l’ultimo poeta.

Rossella Porcheddu

Mercuzio non vuole morire” a Volterra

Prima c’era stata Bologna, poi Volterra. “Mercuzio non vuole morire” l’ultima pièce teatrale della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo attraversa le città e quel che lascia dietro di sé è un profondo respiro vitale.

Se un viaggiatore si fosse per caso trovato la sera del 28 luglio in Piazza dei Priori – nel comune medievale in provincia di Pisa – difficilmente avrebbe creduto nell’immediatezza che quanto stava osservando potesse essere l’epilogo di un ambizioso progetto teatrale iniziato cinque giorni prima.

A guardare quei balli convulsi e liberatori in cui giovani e non si dimenavano con sfrenato entusiasmo, infatti, avrebbe più facilmente pensato – quel viaggiatore – a un festival musicale, a un concerto open air.

Se però si fosse soffermato avrebbe notato un gran numero di valige a terra, scarpe nere legate tra loro abbandonate per le strade, cartelloni ovunque. A quel punto – forse – il viaggiatore avrebbe alzato gli occhi notando molti ragazzi dalla schiena nuda piena di citazioni tratte dai libri più svariati, corpi trasformati in pagine dove scrivere poesie … e allora il viaggiatore avrebbe scoperto probabilmente non senza stupore che il Teatro può essere vita, suono, esplosione di sentimenti.

Come l’“Icaro involato” di Queneau anche Mercuzio è sfuggito alle mani del suo regista, ha assunto vita propria diventando altro, forse più di quanto sperato.

Dal carcere alla piazza. Questo quanto sperato, il “folle” obiettivo di Armando Punzo: portare il suo lavoro e quello dei detenuti del “Maschio” fuori dalle mura per trascinare la cittadinanza, fondersi con essa, diventare un teatro partecipante e partecipato, un invito a non rimanere indifferenti e al risveglio della mente e del corpo.

E così se per anni le rappresentazioni messe in scena dalla Compagnia della Fortezza si sono svolte soltanto all’interno della casa di reclusione ora il grande passo è stato fatto portando il fuori dentro e il dentro fuori.

“Tutti siamo reclusi nelle nostre gabbie ma solo i carcerati ne hanno quotidiana consapevolezza”.

Punzo sceglie Mercuzio per varcare il confine e annullare le distanze – il Sognatore – che nella tragedia di Shakespeare muore troppo presto ucciso in duello da Tebaldo.

Esce di scena “ il Poeta” e la sua morte diverta presagio della conclusione funesta, del dramma di una società piegata dall’odio irrazionale. La bella Verona di Giulietta e Romeo è insanguinata dal rancore, dalle dispute in cui muoiono i figli migliori.

A Volterra come prima a Bologna però Mercuzio non muore ma al contrario ascolta i sogni dei bambini, recupera la loro innocenza, cattura i loro pensieri diventando l’orecchio delle coscienze.

All’interno del carcere la prima sensazione è quella di smarrimento. Nel cortile antistante le mura dove si attende per entrare ci si guarda l’un l’altro, ci si chiede di cosa veramente si diventerà spettatori. C’è ansia di conoscere, curiosità di guardare i libri che le persone accanto hanno scelto per rappresentarli e che saranno alzati al cielo perché la cultura diventi libertà di pensiero prima o al posto di quella fisica.

Una volta entrati non c’è più tempo di pensare; si è investiti da un numero enorme di corpi, di immagini espressioniste e suggestioni che solo lentamente la mente riesce a ordinare come in un complicato puzzle.

Lady Macbeth trascina dietro di sé schiere di mani insanguinate, Cyrano De Bergerac non suggerisce i suoi mirabili giochi di parole ma al contrario è lui a essere suggerito mentre i sogni di Mercuzio diventano figure carnevalesche. Dal duello iniziale tra Mercuzio (Armando Punzo) e Tebaldo (Aniello Arena) è una vera esplosione di figure, suoni e installazioni che si accavallano sotto la guida infaticabile di Punzo.

Terminato lo spettacolo fuori dal “Maschio” è un brusio implacabile di commenti, di pensieri… si cerca di cogliere le impressioni altrui per arricchire le proprie.

Quando si pensa di avere finalmente un quadro chiaro del fenomeno artistico al quale si è assistito il teatro di Armando Punzo arriva in piazza costringendoci a ripensarlo di nuovo, a osservalo con occhi diversi.

A Montecatini, Pomarance e infine a Volterra “Mercuzio non vuole morire” diventa un e-vento di massa. I laboratori di arti visive, di coreutica, di sceneggiatura e critica giornalistica che per una settimana intera hanno lavorato a latere della compagnia sono chiamati a dare vita alla loro personale visione del sogno, della libertà e della partenza.

Per le strade accanto agli attori-detenuti ci sono giovani che danzano, che urlano per quali motivi Mercuzio è ancora vivo dentro di noi, che si sdraiano respirando e diventando un solo corpo con il loro libro preferito alla Fahrenheit 451, che si cospargono di scritte.

A dirigere tutto sempre lui – Punzo – con gli occhi sorpresi nel vedere il suo lavoro prendere forma, nell’osservare quel dispiegarsi di energie da persone diventate improvvisamente parte del suo progetto, quelle forze unite a formare qualcosa di cui si perdono i confini e che trasuda voglia di vivere, di esserci.

Quel viaggiatore ora saprebbe che le scarpe lasciate in terra e legate tra loro erano sono state usate dagli attori-ballerini per simboleggiare il primo passo verso la libertà mentre le valigie nella “Scena della Partenza” erano state sollevate da decine di braccia che ne erano diventate il naturale proseguimento e utilizzate per riporvi mentalmente tutte le lacrime per qualcosa che non si possiede, per i viaggi non fatti, per gli amori perduti.

È difficile, forse impossibile restituire a chi non ha assistito personalmente a quanto avvenuto a Volterra l’emozione di uno spettacolo che non può essere descritto a parole.

Arduo è anche cercare di considerare il lavoro di Armando Punzo prescindendo dal carcere, da quella che inevitabilmente ne costituisce una premessa forte e fondante. Eppure quel che rimane al termine di questa esperienza è l’idea di un Teatro che non può essere sottovalutato o rinchiuso in definizioni limitanti come quella di “teatro sociale” ma di una esperienza estetica degna di essere considerata nella sua oggettività.

Dopo circa cinque giorni dalla conclusione del festival il blog dedicato a “ Mercuzio non vuole morire” è ancora invaso di notizie, di foto, di commenti lasciati da persone sinceramente travolte da questa esperienza che vogliono continuare a ricordarla e condividerla.

Armando Punzo ha dato con il suo lavoro un sorprendente impulso all’arte, alla cultura, alla riflessione. A noi il compito di non farlo morire.

Sara Patriarchi

foto: Stefano Vaja

Duello col tempo

Dentro la Fortezza di Volterra passano gli anni. Non unicamente sulle spalle dei componenti della Compagnia, ma anche negli occhi di chi assiste ai suoi spettacoli. C’è, tuttavia, una differenza sostanziale nella percezione di questo simultaneo passaggio di tempo: dentro la Fortezza il tempo sembrerebbe scorrere unicamente ai margini di qualcos’altro, margini invalicabili su cui potersi dilatare o restringere; d’altra parte, pare ancor più difficile guardare a questo microcosmo sociale e geografico dall’esterno, se non entrandoci o comprendendo i limiti di una duplice marginalità. Perché se un perimetro di confine esiste, esiste da entrambi i punti di vista. Eppure, se si prova a usare la Fortezza come punto d’osservazione sulla realtà – un interno o un “dentro di noi”, come lo definisce e considera Armando Punzo – è possibile comprendere, nelle mire del proprio sguardo, anche il tempo che si colloca irrimediabilmente aldilà di questo perimetro. La strada intrapresa quest’anno dalla Compagnia della Fortezza si è costruita proprio considerando entrambe queste direttrici e riunendole sotto il segno di uno sguardo per collimazione, che oltre a considerare ciò che è vicinissimo (il tempo del teatro in carcere), al contempo si riverbera su ciò che è lontano (il tempo della contemporaneità circostante). Così, oltre a chiamare ancora gli abitanti-del fuori dentro per assistere a uno spettacolo, si è provato a lasciarlo riecheggiare nelle piazze e a immortalare una coincidenza perfetta e consapevole di spazi e di tempo, nata dalla speciale collaborazione fra attori e spett-attori del presente nella costruzione delle scene. Per partire verso i giorni del futuro, la Compagnia continua sì a indagare all’interno della performance, ma tenta anche di aprirsi un varco in direzione di un’ulteriore possibilità, solo in parte prevedibile e programmabile: una città ideale, in cui l’evasione coincida innanzitutto con un’azione consapevole sulla realtà.

La piazza e il suo coinvolgimento, temi ricorsi frequentemente in questi mesi di “teatro dei festival”, hanno trovato una propria declinazione anche a Volterra durante la settimana del Festival, una declinazione volta a un unico obiettivo: riscrivere collettivamente il finale di una tragedia all’apparenza annunciata, che non è solo quella del dramma di Shakespeare ma più in generale quella che di una vitalità succube di eterni conflitti tra Montecchi e Capuleti, o più in generale tra servitori diversi di un identico potere: la convinzione illusoria di una libertà già data e di un destino già scritto o realizzabile solo all’interno della lotta per la supremazia di un polo sull’altro. Se l’idea di coinvolgimento in questo caso partiva da una chiamata indirizzata non solo ai cittadini della città toscana e del circondario ma anche ad artisti, attori, musicisti, grafici, poeti, editori, fotografi, videomaker, viaggiatori consapevoli o inaspettati spettatori provenienti da qualsiasi parte d’Italia, parimenti significativa è stata la pratica di questo coinvolgimento, che dello spettacolo in carcere esteriorizzava immagini, ideali, sogni per rievocarne quanto più possibile la non scontata popolarità. Il bisogno di confronto con l’esterno non è però una novità per la Compagnia della Fortezza e per i suoi lavori che cambiano da una visione all’altra, confrontandosi non solo con le idee e le sensazioni della guida registica ma anche con le reazioni e i sommovimenti del pubblico. Ma, appunto e come si diceva, a quel tempo dello sguardo su uno spettacolo che cambia di giorno in giorno stavolta si è voluta rendere ancor più palese la somma di un tempo altro, in sostanza di tutto il tempo che di solito rimane tra le pieghe dello spettacolo o negli angoli di un cortile interno. Quasi a gridare, con voce ferma e sempre più affermativa: “ Io parlo anche del tuo tempo, del tuo vivere, del tuo morire e non voler morire. Io parlo anche di te”.

Questa superficie riflettente ha trovato indubbiamente il proprio fuoco dentro quel cortile, nel quale si entra solo se si vuole entrare e se le regole lo permettono. Superata l’ultima cancellata lì anche Mercuzio (Armando Punzo) e Tebaldo (Aniello Arena) hanno ricominciato a duellare fra loro, accompagnandoci nella zona franca della Bella Verona o di una Volterra deformata e dotata di una colonna sonora originale, composta da Andrea Salvadori. A terra mazzi di rose rosse e una macchina da scrivere (e per riscrivere), tra le dita di una giovane donna sorridente un fiore dal lungo gambo e al lato opposto del cunicolo due maschere con una valigia. Davanti a noi è sfilato un simbolico esercito di mani insanguinate capitanate da Lady Macbeth e si sono accasciate Giuliette addormentate, mentre Mercuzio danzava col proprio Angelo, indagando la bidimensionalità del suo sguardo immobile e contemplandolo senza mai lasciarsene sopraffare definitivamente. Anche il testo shakespeariano ha fatto la sua comparsa, in formato gigante, sottolineato e appuntato al servizio di un riadattamento della tradizione, e così abbiamo scoperto nuove voci e nuovi ruoli da affidare all’interpretazione dell’amico di Romeo e l’abbiamo rivisto veleggiare nel mare dei sogni e nel mare magnum di altri poeti, di altri quadri, di altri canzonieri scritti per lui dopo di lui. In questo gioco di intermittenze della morte, di spazi imprevisti solcati da tracce segniche eterogenee e spesso sovrapposte, il suo spirito libero ha cambiato di volta in volta forma e si è rimirato in uno specchio tondo con cui si è mosso ai bordi della scena, catturando anche solo per un attimo la nostra immagine sulla superficie del piccolo oblò. La musica di Andrea Salvadori, sia eseguita dal vivo che registrata, richiamata estemporaneamente dalle situazioni sceniche e talvolta giustapposta a esse, si è costituita se non come motore primario di trasfigurazione e trasformazione della realtà almeno come sua guida lirica. Sulle sue note un Io condiviso majakovskijano ha camminato leggiadro “bello, ventiduenne”, per non relegarsi-in o regalarsi-a una forma soluta ma piuttosto per spingersi ai confini della propria stessa trama. Sul ciglio di un’esplosione espressionistica di possibilità, grazie a un orecchio enorme teso verso un universo in espansione.

Seguendo l’onda di quest’espansione di tempo, di spazio e di linguaggi, di sentire, un pubblico armato di libri ha potuto scavalcare i confini della scena e riunirsi agli attori sotto un medesimo vessillo, tanto umano quanto ideale. Un vessillo radicale proprio nella sua universalità e nell’orgogliosa e presuntuosa esibizione di se stesso alla luce del sole: il grido “Mercuzio non vuole morire”, pronto a contagiare le piazze di Montecatini V.C., di Pomarance e di Volterra infine. Eccolo, dunque, arrivare nelle strade. Andare sulle tracce di un passato: nel labirinto di letti realizzato dagli artisti di GenerazioneInArte in P.zza S. Giovanni o tra le casette-sogno, appese e abitabili, di Pomarance; rivedersi nel racconto fotografico di Stefano Vaja e nel “Circo” di disegni e foto con cui Pantani e Gattai hanno raccontato Hamlice. Eccolo, dunque, arrivare nelle piazze del presente. Provare il proprio set nella piccola Montecatini, osservare creazioni ispirate e interrogativi nati al loro interno: eccolo guardarsi e riconoscersi, ancora, inevitabilmente diverso e tentare – a Pomarance prima e a Volterra poi – sempre nuove vie per rimescolare gradualmente quest’infinità di materia. Eccolo, dunque, abbandonarsi al vento dei giorni futuri.

Nella matassa di pensieri, musiche, sogni, parole, movimenti, valigie, scarpe, didascalie, mani insanguinate, libri stampati, fogli scritti a mano, tweet, scatti e fermi-immagine “Mercuzio non vuole morire” ha duellato innanzitutto con se stesso e col proprio tempo, per cercare come Drummond de Andrade “sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato/ e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto/ e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti/ e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi” ciò che è rimasto, danzare sulle sue ceneri e ripartire.

Ines Baraldi

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